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Era il 2 agosto, alle 2.30 circa del mattino.
Mi trovavo a Tokyo, sul balcone del mio hotel nel quartiere di Asakusa, esattamente di fronte ad un parco giochi. Era stata una giornata terribilmente afosa, nonostante un’incessante pioggerellina. Poco prima di andare a letto, stordito dalla melensa malinconia che emanavano le giostre spente e coperte da teloni, ho preso ad ascoltare “Poor sons” di Zola Jesus.
Quel 7″, assieme a “Soeur Sewer”, per me avrà sempre il sapore di quell’abbandono. Zola Jesus è uno scheletro gotico, fatto di barcollanti trame sintetiche, scricchiolii elettronici e voci che rompono la quiete.
Madre di queste canzoni è Nika, una ragazza di Madison che ha aggiunto nuove e più vivide sfumature ad una scena oltre-punk americana in cui, da un anno a questa parte, hanno capeggiato Blank Dogs e Pink Reason.
Ho chiacchierato a lungo con l’adorabile Nika la quale, come leggerete, ha confermato l’aura ansiogena di cui trasuda la sua meravigliosa musica.
introduzione ed intervista di Vom
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Essendo Zola Jesus un progetto eminentemente solista ed intimo, mi chiedo quale sia il tuo stato d’animo quando ti appresti a comporre una canzone. E’ un processo doloroso?

Soprattutto a causa del rapporto che ho con la mia voce, è sempre stata un’esperienza simile alla tortura. Il processo di scrittura di un brano solitamente dura un paio di settimane… ma a volte anche mesi. La mia produzione è molto tesa a causa di tutte le mie ansie: credo sia questa la fonte di tutta la tensione che ritrovi nella mia musica. I miei brani sono sempre incentrati su temi quali l’alienazione, la vulnerabilità, la corruzione, e, più vividamente, la poetica dell’Apocalisse. In ogni mia canzone indugio sempre su questo aspetto… anche se il mio stile compositivo è vario, credo che sia questa caratteristica “essenziale”, innata, a tenere assieme tutto il mio operato.


L’intensità e l’immenso charme dei tuoi brani mi hanno colpito quasi come fossero demo inediti di Nico. Mi sapresti dire in cosa consiste uno show di Zola Jesus? E’ più vigoroso e distorto rispetto ai due 7” che ho ascoltato, considerando anche che durante i concerti sei accompagnata da Dead Luke?

Un mio live consiste in un’incredibile backing band, prima di tutto. Sono veramente dei musicisti eccezionali e credo che in parte sia decisamente merito loro se un mio concerto risulta essere così particolare. Dead Luke suona il synth, mio fratello Max Elliott (ora nuovo acquisto della famiglia Sacred Bones) suona un tom, mentre la mia amica Lindsay Mikkola, una contrabassista con studi classici, ha iniziato a suonare il basso elettrico proprio con Zola Jesus. Lindsay ed io ci siamo conosciute tramite Kevin / Pink Reason, con il quale ha suonato in passato. I miei concerti si differenziano molto dalle registrazioni. Le canzoni, durante un nostro live set, hanno una struttura molto libera, quindi c’è molto spazio per l’improvvisazione estemporanea. Adoro suonare dal vivo perché mi permette davvero di sperimentare e giocare in maniera stramba con la mia voce. E’ un momento oltremodo intenso e catartico per me.

Poco fa hai detto che “Soeur Sewer” ti ha introdotto alla corte della Sacred Bones. Come hanno scoperto la tua musica? E per quanto riguarda la Die Stasi?

Ho conosciuto la Sacred Bones grazie a Dead Luke e mi sono innamorata delle sue uscite. Era come fosse l’etichetta dei miei sogni, quindi, quando mi ha approcciato offrendosi di pubblicarmi un 7”, ero euforica. Die Stasi mi ha contattato nello stesso periodo, e da subito mi sono sentita molto vicina alla filosofia di Lane ed ero assai eccitata di lavorare anche con lui. Sono stata fortunata a lavorare con persone così genuine e piene di passione.


Hai detto di aver studiato lirica per 10 anni: qualcuno degli insegnamenti di quegli anni accademici è tuttora riscontrabile nella tua musica?

Non sono mai riuscita ad accettare uno studio canonico. Quand’ero giovane, il mio insegnante di canto mi insegnava ad utilizzare la voce in un modo che per me non aveva senso, così dovevo inventarmi un metodo tutto mio. Ciò mi ha dato l’opportunità di utilizzare strani metodi, quasi avant-garde. Comunque la mia voce è quella che senti per via del mio passato classico: è una voce allenata. Ho provato a cambiarla ma ormai ho imparato a conviverci. Avere un background operistico mi permette di tentare soluzioni astratte con la voce, proprio perché ne conosco la “scienza”. A volte devo manipolare il mio corpo per ottenere una certa sonorità: la voce non è solo uno strumento, ma anche un muscolo. E’ un dualismo che incoraggia la sperimentazione.

Come manipoli la tua voce durante le registrazioni?

La voce è uno strumento intrinseco, molto dinamico. Un sacco di artisti, oggigiorno, la considerano secondaria rispetto alla musica. Io invece la penso esattamente all’opposto. La voce contiene un certo potere con il quale amo fare esperimenti, ma, allo stesso tempo, mi piace trattarla come un qualsiasi altro strumento. Farla passare attraverso un distorsore e darle del riverbero, così da elemento umano la trasformo in giocattolo elettronico. Nel corso dei miei studi personali sto cercando di suonare con la voce ed imparare a renderla elettrica senza alcun filtro esterno. Sarebbe l’ideale.


Come sei arrivata, con un background di musica classica, al genere di musica sperimentale che ora proponi sotto il nome Zola Jesus?

Sono cresciuta ascoltando post punk e no wave. Mio fratello è stato una grande influenza. Mi ha introdotto ai Residents, Diamanda Galas, Lydia Lunch e così via. Quella musica è la mia passione. C’è però una parte di me che apprezza anche le belle canzoni pop: tutti sono sensibili alla melodia. Quando ascolti una certa progressione di accordi che ti colpiscono, stanno lì le fondamenta della passione. “Maybe” delle Chantels, ad esempio… quella è una canzone che ti schiaffeggia con la melodia. Ora, il mio obiettivo è fondere le Chantels con Meredith Monk.


Hai appena citato le Chantels, quindi ti chiedo se ti piace qualche altro gruppo femminile dei sixties. Penso che in quegli anni, oltre ai capolavori garage, soul e jingle jangle, le all-female band abbiano contribuito a diffondere alcune delle migliori e più contagiose armonie della storia della musica. Basti pensare alle hit di Crystals, Shirelles, Angels e così via.

Oh, senza dubbio. L’intera era delle girl group è stata un vero fenomeno, dietro al quale però credo ci siano delle zone d’ombra, soprattutto per quanto concerne Phil Spector e la sfilza di giri loschi dietro ogni hit su Billboard… ma allo stesso tempo, queste ragazze rappresentarono una specie di liberazione femminista. Prima di quel periodo le donne nell’ambiente musicale raramente erano state considerate seriamente. Amo le Ronettes, le Shangri-La’s, le Supremes ed anche le Shaggs. Oh, e anche tutta la sfilza di Yeh-Yeh ladies francesi, sempre degli anni 60.

Pensi che essere una ragazza in qualche modo condizioni il modo in cui i tuoi ascoltatori si avvicinano alla tua musica?

Non ne sono sicura, ma presumo di sì. Trovarsi in una scena “maschio-centrica” è sempre molto difficile per una donna. Alcune persone apprezzano la musica proprio per la sua femminilità, ma talvolta questa cosa ci si ritorce contro. E’ molto difficile anche essere una ragazza all’interno della scena “punk” e non cantare in maniera tipicamente punk. E’ una comunità molto mascolina, quindi a volte è dura relazionarsi con l’audience.

C’è qualche artista femminile che ammiri particolarmente?

Mi piacciono moltissimo Diamanda Galas, Meredith Monk, Brigitte Fontaine, Kate Bush, Lydia Lunch… Proprio la notte scorsa ho suonato con Grouper e mi ha letteralmente sconvolto. Ammiro il suo lavoro.

Sul tuo Myspace è possibile ascoltare un incantevole brano intitolato “Sea talk”. Verrà pubblicato presto? Puoi parlarmi delle uscite future di Zola Jesus?

“Sea Talk” sarà sul mio prossimo 12” su Tsar Bomba che uscirà per Troubleman Unlimited. Appena pubblicato inizierò a lavorare al mio album che dovrebbe vedere la luce nella seconda metà del 2009. Sto lavorando anche ad una cassetta assieme a Dead Luke, su Night People. Le canzoni che abbiamo registrato per questa release sono davvero fenomenali: Dead Luke è un musicista pieno di talento. Tra i miei piani a breve c’è anche una collaborazione con la Not Not Fun (etichetta che ha fatto uscire dischi di Pocahaunted, Ex Cocaine e tra poco anche Abe Vigoda. N.d.r.) Un sacco di roba, insomma! E’ un periodo molto eccitante.

Da dove viene il nome Zola Jesus? Zola ha qualcosa a che fare con lo scrittore francese? Scusa la domanda idiota, ma mia madre mi ha chiamato Emiliano proprio “in onore” ad Émile Zola. Eheheh.

Ci hai preso in pieno. Ricordo proprio l’istante preciso in cui lo scelsi. Era circa 6 anni fa. Mi trovavo in una libreria nella Dinkytown a Minneapolis. Era stupenda: c’erano libri ovunque e sembrava un labirinto. Stavo scartabellando tra i libri francesi e scoprii Zola per la prima volta. “Nana”, credo che fosse. Lo adorai. Alle superiori dicevo ai miei coetanei di chiamarmi Zola Jesus con la speranza di scioccarli, così che non avrebbero più cercato di parlare con me. Ottenni il risultato sperato e riuscii a fuggire da quel posto sana e salva.


Un’ultima cosa che probabilmente non ha nulla a che fare con la tua musica: qual è la tua opinione sulla recente elezione di Obama? Credi che qualcosa possa realmente cambiare in meglio, quantomeno a livello locale negli Stati Uniti?

Bè, ad essere sincera la politica mi provoca disgusto. Me ne interesso molto poco e non sopporto come viene esposta dai media. Detto questo, però, sono andata a votare. Sentivo che molto probabilmente sarebbe stata l’elezione più importante nella quale sarei mai stata coinvolta. Credo che le cose non cambieranno per un lungo tempo, dato che Obama ha un bel po’ di pulizia da fare. Non dubito però che il suo carisma possa dare almeno un po’ di sollievo al mondo intero.

Contatti:

http://www.myspace.com/zolajesus

http://www.sacredbonesrecords.com

http://www.myspace.com/diestasi

http://wnyu.org/2008-12-17_makeproduct
(Zola Jesus ospite a WNYO Radio: intervista, successiva a quella fatta da me, e molte canzoni ancora inedite)

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